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Quando a sinistra si ragiona di Cuba, si mettono in moto forti emozioni,
si vuole continuare a nutrire speranze anche a dispetto dell'evidenza e si
cerca di addurre tutte le giustificazioni possibili agli insuccessi
sociali ed economici, come l'amante che vuole nascondere la delusione del
primo amore. Il giustificazionismo filocubano usa due argomenti: il primo
è l'accerchiamento internazionale dell'Isola ad opera degli Stati Uniti,
il secondo il successo del modello sociale cubano. Cuba sembra imporsi
come un caso di trade-off tra giustizia sociale e libertà politica e tra
giustizia sociale ed efficienza economica. Io credo che i diritti civili e
la libertà politica non possano essere sacrificati sull'altare della
giustizia sociale. Ma di questo non parlerò. Parlerò dell'altro tema,
quello del trade-off tra giustizia sociale ed efficienza economica. La mia
tesi è che l'efficienza economica è una condizione necessaria (anche se
certo non sufficiente) per la giustizia sociale, che in Cuba l'efficienza
economica è molto modesta e la giustizia sociale, superiore che in altri
paesi ad analogo livello di reddito, è stata possibile perché l'economia
è stata ampiamente sussidiata. Ora che non lo è più la stessa giustizia
sociale vacilla.
Gli indicatori sociali pongono l'Isola al di sopra dei paesi ad analogo
reddito pro-capite, al di sopra di molti paesi del Caribe e di molti paesi
anche molto più ricchi dell'America Latina. L'aspettativa di vita alla
nascita è di 76 anni, la mortalità infantile è 9 per mille, il tasso di
analfabetismo adulto il 3%(N.D.R
di Luciano: quale è la fonte, spero sia attendibile, o sono dati forniti
dall'entourage del dittatore, perché se è cosi, chi ci crede?). Da un confronto con alcuni altri significativi
paesi del Caribe (Repubblica Dominicana, Puerto Rico, Costa Rica e
Panama), colpisce soprattutto il basso tasso di mortalità infantile di
Cuba, gli altri indicatori sono migliori, ma non molto diversi da quelli
degli altri paesi, ad eccezione della Repubblica Dominicana ove tutti gli
indicatori sono molto peggiori. Va aggiunto che a Cuba la distribuzione
del reddito è stata molto egualitaria, i privilegi modesti e la
corruzione abbastanza contenuta, anche se è ovvio che tanto più
un'economia è dirigistica e il principio vigente è che tutto quello che
non è esplicitamente consentito è vietato e tanto più il tarlo della
corruzione si inserisce a tutti i livelli della società.
Diverso il discorso sulla performance di lungo periodo. Il reddito
pro-capite dei paesi citati varia in un ventaglio che va (dati 2000) da
2.200 dollari annui per la Repubblica Dominicana fino ai 4.000 del Costa
Rica (ventaglio che è tra i 6.000 e gli 8.000 in termini di parità di
poteri d'acquisto), mentre la Banca Mondiale stima che Cuba si situi nella
categoria dei paesi tra i 750 e i 2.900 dollari annui. E, si noti, Cuba
negli anni '60 aveva un reddito pro-capite maggiore dei paesi del
confronto. Le analisi recenti di teoria dello sviluppo hanno attribuito
molta importanza nella spiegazione della crescita, non solo
all'accumulazione di capitale fisico, ma anche al capitale umano e quindi
all'educazione, ma se il capitale umano rimane inutilizzato,
l'investimento in educazione ha un rendimento modesto e gli effetti sulla
crescita del reddito non si fanno sentire. Questa è la ragione per la
quale esiste anche una correlazione diretta tra la velocità di crescita e
i diritti di proprietà. A parità di educazione i paesi ad economia di
mercato con diritti di proprietà sviluppati crescono di più. Questa è
una importante ragione che spiega perché l'economia cubana, malgrado
l'elevato investimento in capitale umano, si è sviluppata in modo molto
modesto. Le potenzialità rimanevano inespresse.
C'è chi dice invece che la causa della cattiva performance dell'economia
cubana va ricercata nell'embargo americano. Io credo che sia una
proposizione senza molto senso. Infatti l'embargo non impedisce a Cuba di
commerciare con quasi 150 paesi e di avere consistenti flussi turistici da
Canada, Messico, Italia, Spagna, Francia e Germania. L'embargo, si
ricorda, iniziò nell'estate del 1960, e si intensificò nel 1992, con la
legge che prende il nome dal deputato democratico Torricelli, ma l'embargo
era già violato negli anni '70 da Messico, Canada e Giappone che
concedevano anche crediti a Cuba (i crediti smisero di essere concessi
quando dal 1986 i cubani smisero di pagare gli interessi sul debito). La
realtà vera è che se Cuba producesse merci vendibili, le venderebbe al
resto del mondo, Usa esclusi. Peraltro è corretto sostenere che la miope
azione politica americana di porre l'embargo nel 1960 ha svolto un ruolo
nefasto per l'economia cubana, ma il motivo è che con quell'azione Cuba
è stata spinta nelle braccia dell'Unione sovietica.(N.D.R
di Luciano: Già dall'assalto al Moncada, Fidel Castro era
appoggiato via via sempre più massicciamente dalle cellule comuniste
diffuse sul territorio cubano, vedasi i numeri della rivista Boemia di
quegli anni e successivi, poi dopo la presa dell'Avana, si ebbe il
predominio comunista sulle altre risibili forze politiche che vennero
messe via via a tacere. La messa in opera dell'embargo nei confronti degli
Usa, o l'assalto della Baia dei Porci a opera di fuoriusciti cubani
appoggiati da forze americane, furono solo pretesti per la presa di potere
del comunismo in Cuba e la conseguente relazione privilegiata e strategico
militare con l'URSS). Non che i sovietici
non fossero generosi con Cuba, al contrario, l'Urss acquistava zucchero da
Cuba a prezzi monetari più alti di quelli vigenti sul mercato
internazionale e vendeva petrolio a Cuba a prezzi più bassi. Ma questa
generosità (offerta in cambio di una importante alleanza
politico-strategica in un mondo bipolare) ha indotto Cuba ad accentuare la
monocultura dello zucchero (negli anni '70 e '80 il 92% delle esportazioni
cubane erano costituite da zucchero). Il grado di dipendenza era totale:
se i cubani avessero esportato il loro zucchero a prezzi internazionali
avrebbero importato circa 2,5 milioni di tonnellate di greggio, mentre l'Urss
gliene era solita fornire circa 13 milioni. Una ricerca di dottorato su
Cuba ha stimato che all'inizio degli anni '90 il sussidio sovietico fosse
dell'ordine del 30% del Pil cubano. Questo sussidio consentì di
nascondere le enormi inefficienze del sistema economico cubano e nello
stesso tempo di finanziare il generoso sistema di tutele sociali. Il
dissolvimento dell'Urss, l'interruzione degli aiuti, la modifica delle
ragioni di scambio ha portato il paese ad affrontare una crisi gravissima:
una caduta del 30% del reddito e la necessità di ristruttuare l'assetto
produttivo del Paese. In tutto ciò l'embargo americano c'entra poco.
Serve a Castro per giustificare il fallimento del suo modello e a Bush per
ottenere i voti della lobby degli esuli cubani più incattiviti nei
confronti del regime cubano. Quindi sarebbe opportuno che venisse tolto,
ma più per ragioni politiche che economiche.
La risposta alla crisi degli anni '90 poteva essere data con una
liberalizzazione dell'economia che sprigionasse le energie di un popolo
che ha molte potenzialità, anche a motivo degli importanti risultati
positivi conseguiti dal regime in termini di sanità ed educazione. Ma
questo non è stato. L'economia cubana è uscita dalla fase più grave
della crisi economica attraverso una modifica decisa dall'alto della
struttura produttiva, puntando le sue carte sul turismo che oggi conta di
più dello zucchero in termini di Pil. Tuttavia l'operazione non è
indolore per quel che riguarda la tenuta del modello sociale. Nel passato
il regime statalistico aveva fatto conseguire al paese, come si diceva, un
tasso di uguaglianza molto elevato tra i cittadini, oggi invece si è
venuta a creare una situazione nella distribuzione del reddito che sarebbe
eufemistico definire assurda. Infatti il turismo ha imposto la
dollarizzazione dell'economia e ha creato un'economia dualistica. C'è
un'economia domestica, in cui lavora la gran parte dei cittadini, ove
circola il peso cubano con il quale si acquista il minimo vitale (affitto,
luce, buoni alimentari); c'è un'altra economia ove si guadagna in dollari
con i quali si compra nei negozi, nei quali si trova di tutto, cibo
compreso. Il regime di Cuba per un lungo periodo aveva creato la speranza
che un paese piccolo e dell'area tropicale potesse crescere rapidamente e
farlo con un grande equilibrio sociale, la speranza inoltre era rafforzata
dal grande consenso suscitato nel paese dalla Rivoluzione, che avrebbe
protetto questo modello dalla volontà egemonica degli Stati Uniti, il
grande paese contiguo che vedeva Cuba come una propria appendice, senza
diritto alla sovranità politica. Tuttavia il fallimento del modello di
crescita e soprattutto del modello sociale (dollarizzazione ed economia
dualistica) riducono fortemente il grado di consenso. Le contraddizioni
offuscano, soprattutto agli occhi dei giovani, i buoni risultati del
regime di cui si diceva più sopra (sanità, educazione, basso tasso di
delinquenza(N.D.R Luciano: Solo perché a
Cuba, non vengono pubblicati ne diffusi nei notiziari i dati
delinquenziali, come assalti e omicidi, ciò non significa che Cuba sia il
paradiso che vuol far credere Fidel, c'è delinquenza e tanta, il
sottoscritto è stato assaltato e rapinato da tre individui mentre
infilava la chiave nella porta di casa, e saputo in prima
persona di diversi omicidi, furti e rapine, mai apparsi sugli scarsi organi informativi
dello stato)). I cubani amano la loro terra e anche la loro indipendenza,
ma oggi è diffuso negli animi, soprattutto dei giovani, lo scoramento per
la mancanza di prospettive nel loro paese e per la prospettiva che
l'emigrazione sia l'unica via d'uscita da un paese immobile, legato alle
sorti di un singolo uomo e affossato nei suoi problemi. Solo la
liberazione delle energie vitali del Paese, lungo direzioni che i cubani
stessi possano darsi in un sistema politico riformato, in cui soluzioni
socio-economiche diverse possono essere scelte liberamente dai cittadini,
potrà far uscire Cuba dal declino, senza che ciò significhi la perdita
dell'indipendenza politica del Paese.
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