CORRIERE DELLA SERA

19 MAGGIO 2005

Domani all’Avana riunione della dissidenza. Fidel: «Risposta energica»

Cuba, l’altra Guantanamo per chi si oppone a Castro

I familiari dei detenuti politici: «Condizioni disumane»

 
«Il carcere dei senza mani». Qualcuno a Cuba lo chiama così. Per protesta, per disperazione, alcuni prigionieri si feriscono. Soprattutto agli arti. Il tamtam dei dissidenti dice che Tomas Perez, 27 anni, ha immerso le mani in un liquido bollente e i medici del penitenziario di Guantanamo hanno dovuto amputarle. Non è la Guantanamo più conosciuta. Quella sta sul mare, a 30 chilometri dalla cittadina che dà il nome alla canzone Guantanamera. Un hotel del centro organizza gite al «mirador de la Base Naval», da cui si può guardare giù oltre le reti di Camp Delta, la famigerata base yankee in terra cubana, i prigionieri islamici con la tuta arancione e neanche uno straccio di processo. Non c’è nessun osservatorio sul penal , la prigione provinciale dove è detenuto anche Victor Rolando Arroyo Carmona, condannato a 26 anni nei processi sommari che nella primavera 2003 colpirono 75 oppositori. Nell’«altra Guantanamo», quella di Fidel Castro, non sono ammesse visite guidata, tanto meno della Croce Rossa.
Del «gruppo dei 75», quindici sono stati liberati per motivi di salute. Pressioni internazionali, pena sospesa. Tra loro il poeta Raul Rivero, ora in esilio in Spagna. E Martha Beatriz Roque, organizzatrice dell’«assemblea della società civile» prevista per domani in un giardino privato di 2.000 metri quadrati alla periferia dell’Avana. Castro promette «una risposta energica» a questa riunione di «contro-rivoluzionari» e «mercenari al soldo degli Stati Uniti».
Andarci o no? Chi sta in cella non ha il dilemma. Per il regime anche Victor Rolando Arroyo, 53 anni, direttore dell’Unione dei giornalisti e scrittori indipendenti, incarcerato tre volte, la prima per uno scritto di 4 pagine sulle condizioni di lavoro nelle piantagioni di tabacco («il rancio non è molto dissimile dai lager nazisti»), anche lui merita di essere bollato come mercenario dei gringos . «Mi hanno detto che mio marito non è rieducabile», dice al Corriere la moglie Elsa dalla casa di Pinar del Rio. «Mi hanno detto: le sue idee non sono rieducabili». L’accusa, in un processo farsa di un paio di giorni, aveva chiesto la cadena perpetua , carcere a vita. «Per otto mesi l’hanno tenuto in isolamento, cella umida, semi-oscurità. I suoi polmoni si sono rovinati. Non viene curato». Elsa ha incontrato il marito l’ultima volta ai primi di maggio. Ha diritto a una visita ogni tre mesi, una telefonata alla settimana. Elsa e i quattro figli vivono a mille chilometri da Guantanamo. Cuba ha 200 prigioni, dove secondo Human Rights Watch e Amnesty si trovano oltre 300 detenuti per reati di opinione. Per Arroyo il governo ha scelto la cella più lontana. «A volte ci mettiamo tre giorni. In pullman, in camion». Elsa racconta quelle due ore di vita ogni tre mesi, seduti in una stanzetta, la porta aperta, il viavai dei militari. L’ultima volta lui le ha dato una poesia. Come i libri, alimenti, lettere, anche la poesia passa al setaccio dei guardiani. Comincia così: « La esposa del confinado vive en la angustia / nel suo letto marciscono i sorrisi».
Nell’«altra Guantanamo», come nel resto dei penitenziari cubani, marciscono i sorrisi e i cibi. Hector Maceda è chiuso a Santa Clara. Alla moglie Laura una volta ha parlato della bazofia (la sbobba) del carcere. Carnaccia, grasso, sangue. «L’odore è tremendo. Per mangiarla bisogna portarla in cella. Quando sei assuefatto al puzzo, puoi mandare giù qualcosa».
«Condizioni igieniche terribili», dice Elsa. «Acqua malsana. Poca luce. Insetti e topi. Spesso dormono per terra. I "politici" con i " comuni", assassini e trafficanti di droga». L’«ineducabile Victor» legge i libri che porta Elsa. Geografia, economia. Quelli religiosi passano più facilmente la censura. Lui che gestiva una delle più grandi biblioteche indipendenti (e quindi illegali) dell’isola. E’ per questo, oltre che per i suoi scritti, che l’han messo dentro la terza volta. La seconda fu quando si inventò re magio. A Pinar del Rio, la sua città, anno 2000: comprò giocattoli in un negozio dove si pagava in dollari e li distribuì ai bambini poveri. Progetto «Reyes magos del milenio» finanziato dalla diaspora cubana negli Usa. Sei mesi per «accaparramento di beni pubblici». Un avvertimento. Il recidivo Victor ha la faccia da buono. Non starebbe male sulle magliette tipo Che Guevara, con la scritta «Arroyo libero».
Michele Farina