Un giorno intero in cella. Mi hanno negato l'acqua 

DAL NOSTRO INVIATO 

L’AVANA - «Le ciabatte. Si sta dimenticando le ciabatte». Ti entrano in camera la notte, con la chiave magnetica, senza bussare. Ti buttano giù 
dal letto, in mutande, la luce accesa sui pensieri scompigliati dal sonno. 
Ti comandano di fare la valigia in tre minuti, «lei ha avuto contatti illegali e ha violato le leggi sull’immigrazione». La rivoluzione non russa e nemmeno sopporta chi lo fa: alle undici di sera, si presentano in tre ad arrestare l’unico maschio turista singular , in tutta Cuba, che a quell’ora già dorme e soprattutto dorme da solo. Uno è incravattato, gli altri due in divisa. Ministero dell’Interno, dicono. Perfino gentili, all’inizio: guardi che dimentica le ciabatte. Il trafelato periodista butta nel trolley spazzolino e computer, abbozza un « no hay derecho », che cavolo di diritto avete, poi li segue giù per le scale di servizio dell’Hotel Nacional, passa lontano dagli sguardi per il retro delle cucine, sale su una Peugeot biancoblù col lampeggiante arancione, gironzola mezz’ora per l’Avana notturna fino a una casermetta dove gli sequestrano documenti e passaporto, domanda infine perché mai debba andarsene. Loro, sempre zitti. Come se non sentissero. Unica raccomandazione, prima di chiudere la stanza 448: «Non dimentichi nulla. 
Perché non tornerà più». 

Incastrato nell’isola di Castro. Una domanda che ronzerà sempre: da chi? Il dissidente intervistato. Il tassista informatore. Il collega cubano. 
L’amico insospettabile. A Cuba, la lezione è imparata, non ti puoi fidare di nessuno. Marta Beatriz Roque, la bestia nera del regime che ha 
organizzato la prima riunione pubblica anticastrista, è finita in carcere grazie alle soffiate della fedelissima segretaria. Vai a parlare nelle case dei corrispondenti dall’Avana e vieni accompagnato in giardino: «Sai, qui dentro abbiamo le cimici dappertutto». Chiami al telefono e dall’altra parte ti dicono: «Piacere di sentirla, non mi dica il suo nome, non importa...». Finisci arrestato, alla stazione di polizia dell’aeroporto, e vedi che il regime non può contare sui suoi: 22 ore al gabbio, trenta poliziotti che s’alternano a far la guardia, tre per turno, nessuno con cui prendere confidenza. Una stanzetta con i vetri oscurati, una specie di divano senza il permesso d’alzarsi a sgranchire le gambe. Vietato parlare, figurarsi contattare l’ambasciata: per avvertire il giornale con l’sms, «arrestato», bisogna fingere di dormire due ore, il telefonino sotto una coscia, schiacciando i tasti a memoria, tossendo sui bip e, scoperti, fingendo d’avere le batterie scariche («Ah sì? Allora mettilo qui sul tavolo»).

Il condizionatore rotto, l’acqua concessa solo dopo un po’ e comunque a pagamento, una bottiglietta un dollaro. In questo mestiere è capitato 
d’assaggiare le polizie, dalla Tunisia alla Libia, da Israele all’Iraq: nemmeno il famigerato Mukabarat di Saddam Hussein, sotto le bombe del 
2003, negava da bere a noi arrestati. L’interrogatorio è breve, dieci minuti. Una signora che sembra Fidel senza barba vuole conferme su amici e 
informatori a Cuba. Spiega: il punto è che sei venuto a lavorare qui con un visto turistico, qualunque Paese al mondo lo vieta... Non aggiunge che 
il permesso d’entrare, ai giornalisti che vogliono intervistare i dissidenti, non è mai concesso. E che nessun Paese al mondo si comporta così, a meno che non sia una dittatura. Qualche verbale, un’occhiata alla valigia e un brivido: la fregatura non sarà mica una bustina infilata fra le camicie? Meglio tenere gli occhi aperti, non cedere al sonno, contare le formiche, rimirare come un Gauguin il rivoluzionario pugno chiuso dipinto sul muro. L’ultimo guardiano, al turno delle otto di sera, è un ragazzino. Sorride. Gli piace il Milan. Può lasciarsi andare, alla fine. 
Sa che lascerà andare il giornalista: «Lo vuoi un sandwich? Però te lo devi pagare». 

Francesco Battistini. 
23 maggio 2005